GIOVANNA, EX MOGLIE DI UN GIOCATORE

Siamo stati sposati per quasi trent’anni, quindici dei quali annientati da quella malattia terribile che si chiama dipendenza dal gioco d’azzardo e qualche anno fa ho deciso di separarmi. L’ho fatto per me, perché da tempo sentivo che a questa situazione non sarei riuscita a sopravvivere. Ma l’ho fatto anche per lui, nella speranza che questa scelta lo rendesse più responsabile, consapevole di una situazione ormai impossibile per me da gestire.

Attualmente Pietro sta facendo un suo percorso, appoggiandosi a gruppi di auto-mutuo-aiuto e alle cure del Ser.D presente nella nostra città, supportato dal tutoraggio economico di nostra figlia. Abbiamo mantenuto buoni rapporti e lui stesso, quando non è preso dalla dipendenza compulsiva, capisce che una convivenza non era più sostenibile. Così come è ora in grado di comprende che dividere i conti correnti, avergli tolto la carta di credito e il bancomat è stato un modo per aiutarlo.

Mi sono accorta della dipendenza di mio marito dopo circa 15 anni di matrimonio, in precedenza lui era sempre stato trasparente, sincero, aperto. All’improvviso ha cominciato a mentirmi, cosa che non era da lui, da li sono sono iniziati i miei sospetti. Poi sono cominciati a sparire i soldi, a casa e sul conto corrente. E quando ho capito che era prigioniero delle slot-machine, per me è stata una sofferenza incredibile. Mi è crollato il mondo addosso. Ci eravamo sposati presto e avevamo condiviso tutto. La situazione economica non è mai stata delle migliori ma si andava avanti. Avevamo un bellissimo rapporto. E anche i momenti negativi erano stati superati insieme. Ho capito che se aveva iniziato a mentirmi il problema era grave.

È stato difficile capire cosa lo ha spinto nel baratro del gioco d’azzardo, sicuramente una concomitanza di eventi, ma forse la cosa che lo ha segnato di più è stata la diagnosi del morbo di Parkinson che lo ha portato di conseguenza ad un precoce allontanamento dal lavoro.

Arriva un momento in cui ti trovi a vivere con una persona che c’è e non c’è. Alla sera tornava sempre a casa. Ma durante la giornata io pensavo di tutto. Perché gli poteva capitare qualsiasi cosa. Era fragile e indifeso. E certe persone tengono d’occhio chi ha un disperato bisogno di soldi. Ma anche quando era in casa lo vedevo assente, forse anche a causa dei farmaci per la cura della malattia. Io e mia figlia dovevamo chiamarlo due o tre volte prima che ci rispondesse.

E’ molto difficile uscire dal tunnel. Ma bisogna essere consapevoli prima di tutto che si tratta di una malattia che poi si trasforma in patologia. Sbagliano le famiglie che tendono a vergognarsi, a non affrontare il problema, perché da solo nessuno può farcela.

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